L’uomo è l’unico animale che arrossisce. Mi fermo davanti a questa affermazione come davanti alla porta della taverna, quando sapevo già chi mi avrebbe atteso e ancora cercavo una ragione per non entrare. Arrossire: lasciare che il sangue dica quello che la bocca vorrebbe nascondere. Siamo capaci di governare un discorso, di costruire una difesa, di giurare sulla nostra innocenza con la stessa lingua che ha ordinato il tradimento. Poi basta uno sguardo e il viso ci abbandona. Diventa il testimone che non abbiamo convocato, la voce che non possiamo interrompere, il fratello che conosce il nostro nome anche quando noi fingiamo di averlo dimenticato.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce
Spesso ci vergogniamo delle cose sbagliate. Di una scarpa consumata, di una casa piccola, di un lavoro che qualcuno considera indegno, di un amore che non risponde alle misure degli altri. Ci vergogniamo di piangere, di chiedere aiuto, di non avere denaro per partecipare alla grande processione del sembrare. Poi torniamo a casa e umiliamo chi ci ama, senza sentire un solo filo di calore attraversarci la faccia. Che strana creatura è l’uomo: nasconde la propria povertà e mostra con orgoglio la propria miseria. La prima gli è capitata, la seconda la coltiva come fosse un giardino da far visitare.
Il problema è proprio lì. Abbiamo insegnato al nostro corpo a temere il giudizio più di quanto abbiamo insegnato alla nostra anima a riconoscere il dolore provocato. Un ragazzo arrossisce perché deve leggere davanti alla classe, mentre chi lo deride si sente forte, spiritoso, padrone di una piccola corte di vigliacchi. Una donna arrossisce perché viene guardata, un uomo perché non trova le parole per dire ti amo. Sono colpe? No. Sono porte aperte su una nudità che non sa difendersi. Ma noi siamo pronti a chiamare debolezza tutto ciò che non indossa la nostra stessa armatura, soprattutto quando quell’armatura nasconde il vuoto.
La vergogna
Ricordai il vino di Uriele. La ciotola tra le mani, la luce delle fiaccole, quel pulviscolo di legno che sembrava trattenere ogni parola pronunciata nella taverna. Avevo cercato di sostenere lo sguardo di Samaele come se bastasse guardare il castigo per esserne più forte. Poi sentii il calore salire dal collo fino alle tempie. Era un calore diverso da quello delle mie estasi, diverso dalla febbre con cui avevo chiamato conoscenza la mia dissoluzione. Avrei potuto attribuirlo al vino. Era una scusa piccola, quasi innocente, ma sarebbe stata ancora una scusa. Mi accorsi che stavo cercando di mentire persino sul colore della mia vergogna.
Io: “Perché questo corpo mi denuncia anche quando ho smesso di parlare?”. Uriele posò il panno con cui asciugava una ciotola. Non mi guardò subito. Sembrava volesse lasciare alla domanda il tempo di ricadere su chi l’aveva pronunciata. Poi disse: “Perché tu chiami denuncia ogni cosa che ti impedisce di nasconderti”. Rimasi con le mani strette intorno al vino, come se in quel poco calore potessi ritrovare una difesa. Samaele sorrise appena. Il suo sorriso non aveva scherno, e proprio per questo mi ferì più di un insulto. Non c’era nessuno da accusare, nessuna crudeltà altrui dietro cui sistemare la mia.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce
Io: “Quindi chi arrossisce è ancora capace di salvarsi?”. Samaele: “Se bastasse il colore di un volto, basterebbe una febbre per fare un santo”. Abbassai gli occhi. Avrei voluto una sentenza facile, qualcosa che trasformasse il mio disagio in una prova di bontà. Sono questo anche io: uno che cerca nel dolore un certificato da mostrare. Guardatemi, soffro, dunque non posso essere stato così malvagio. Ma il dolore che provo non restituisce la vita a chi ho trascinato nella mia perdizione. Le mie lacrime non diventano innocenza soltanto perché sono mie. Possono diventare un inizio, se smetto di usarle per chiedere agli altri di assolvermi.
Qui il discorso si fa scomodo. Noi amiamo il pentimento quando ci permette di tornare al centro della scena. Raccontiamo quanto siamo stati male, quanto abbiamo compreso, quante notti abbiamo passato senza dormire. Poi aspettiamo che la persona ferita ci consoli. Chiediamo alla nostra vittima di prendersi cura del nostro rimorso, e se non lo fa la accusiamo di essere incapace di perdonare. Un altro furto, un’altra pretesa, un altro modo di governare chi abbiamo già umiliato. Persino la vergogna può diventare vanità, se la teniamo davanti allo specchio abbastanza a lungo da innamorarci della nostra faccia addolorata.
Il cane dietro l’anima
Il cane che mi aspetta dietro una porta non conosce la versione di me che racconto agli amici. Non sa quali parole uso per farmi considerare migliore, non si interessa al titolo con cui vorrei essere chiamato. Io invece posso accarezzarlo e tradire qualcuno nello stesso pomeriggio, per poi pubblicare la sua fotografia e scrivere che soltanto gli animali sanno amare. Che comodità. Affidare ad una bestiola la prova della nostra sensibilità, mentre agli esseri umani riserviamo il residuo della nostra insofferenza. Non è il cane ad essere colpevole della nostra fuga. Siamo noi a chiedergli un amore che non ci interroghi, che non sappia pronunciare il nome delle nostre contraddizioni.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce: in questa frase io vedo il dramma di una creatura che può incontrare se stessa e subito voltarsi dall’altra parte. Ha dato un nome al bene, un nome al male, un nome a Dio, poi ha imparato a spostare quei nomi secondo la propria convenienza. Chiama giustizia la vendetta quando è lui a desiderarla. Chiama sincerità la cattiveria quando non vuole assumersi il peso delle parole. Chiama libertà l’abbandono di chi dipende da lui. Siamo diventati così bravi a nominare le cose da credere che il nome possa cancellarne la sostanza. Ma il volto, qualche volta, non partecipa alla nostra recita.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce
Non sempre. Ho visto persone arrossire per un complimento e restare serene davanti alla sofferenza che avevano causato. Ho visto la timidezza abitare accanto alla crudeltà, dentro lo stesso corpo. La pelle non è un tribunale, non conosce ogni motivo dell’anima e non ci consegna un verdetto. Sarebbe troppo comodo decidere chi è buono guardando le sue guance. Il rossore mi interessa quando apre una domanda, quando interrompe per un istante la sicurezza con cui ci raccontiamo. Che cosa sto nascondendo? Di chi ho paura? Mi vergogno di essere stato scoperto o di quello che ho fatto? Sono domande diverse, e diverse saranno le strade che prendiamo dopo averle ascoltate.
Samaele avvicinò la sua sedia. Le fiaccole non tremavano, ma io sì. “Quando eri solo”, mi domandò, “chi avrebbe dovuto vederti?”. Pensai alle stanze chiuse, ai corpi abbandonati nel sonno, alle promesse fatte soltanto per ottenere un’altra ora di devozione. Nessuno mi vedeva nel modo in cui io temevo di essere visto. Potevo continuare… continuavo. Fu allora che compresi quanto poco fosse libera quella mia libertà: avevo bisogno dell’assenza degli altri per non incontrare la presenza di me stesso. Ero padrone della stanza, del momento, della parola… ma bastava una domanda a togliermi il trono.
Arbitrio libero
Forse l’arbitrio libero comincia proprio dove smettiamo di contrattare con lo sguardo degli altri. Non quando facciamo tutto ciò che vogliamo, ma quando possiamo riconoscere ciò che abbiamo fatto anche senza un accusatore davanti. La convenzione mi insegna quali gesti nascondere per conservare una reputazione. La spiritualità mi costringe a chiedermi chi abbia pagato il prezzo dei miei gesti. Posso obbedire a tutte le forme e restare un uomo infame, posso essere rispettato e lasciare dietro di me un deserto di persone svuotate. Nessuno mi condanna, nessuno mi scopre, nessuno mi chiede conto… resto io. È quella presenza che ho sempre cercato di ubriacare.
“Tu hai paura di perdere il tuo nome”, disse Uriele. “Ma non hai avuto la stessa paura quando perdevi le persone”. Sentii la ciotola diventare pesante. Ogni volto tornava senza chiedermi il permesso, ogni voce occupava il posto che avevo riservato alle mie giustificazioni. Non potevo più dire: erano liberi di scegliere. Certo che lo erano, ma io conoscevo il peso della mia parola, conoscevo la fiducia che mi consegnavano e l’avevo usata. La libertà dell’altro non rende innocente chi approfitta della sua fiducia. Questa fu la cosa che mi bruciò più di tutte, perché era semplice e io avevo impiegato anni a renderla incomprensibile.
La difesa
Ora torno a Pilato, alla sua difesa, alla necessità di chiamare ordine ogni omicidio. Torno a Lucifero che smette di esibire la propria potenza e riconosce il male compiuto. Nel mio multiverso il perdono non arriva perché il dolore sia stato dimenticato. Arriva quando il figlio torna e non pretende più di essere chiamato innocente. Quale grandezza può avere un Dio che accoglie soltanto chi non ha bisogno di essere accolto? Ma quale verità può avere il ritorno di chi vuole il perdono senza lasciare la propria menzogna? Tra queste due domande c’è l’uomo, con il viso scoperto e le mani ancora piene di quello che vorrebbe negare.
Non voglio fare della vergogna una casa. Ci sono uomini e donne che vi abitano già senza aver commesso nulla, prigionieri del disprezzo ricevuto, convinti di essere sbagliati soltanto perché qualcuno li ha trattati come scarti. A loro non chiederei di abbassare gli occhi. Chiederei di alzarli, di guardare chi ha consegnato loro quella condanna e restituirgliela. Il corpo che arrossisce per una violenza subita non sta confessando una colpa. Sta portando il peso di una ferita. Confondere le due cose è un’altra infamia di cui siamo capaci, soprattutto quando ci serve per lasciare il colpevole al riparo.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce
Uriele riprese la sua ciotola, Samaele rimase seduto. Non ci fu una luce nuova, non si aprì il soffitto della taverna, nessuna voce venne ad annunciarmi che ero diventato migliore. Dovevo ancora rispondere, ancora ricordare, ancora scegliere che cosa fare di ciò che avevo compreso. Sentivo il viso caldo e non cercai di nasconderlo. Per una volta lasciai che quel corpo, tanto offeso dalla mia superbia, avesse il diritto di parlare senza la mia autorizzazione. Non ero salvo perché arrossivo, ero lì, finalmente, senza chiedere alla mia vergogna di diventare un’altra maschera.
L’uomo è l’unico animale che arrossisce. Forse, davanti a questa frase, dovremmo smettere di sentirci speciali e domandarci quanto siamo disposti ad ascoltarci. Il sangue sale, la voce si ferma, la mano cerca qualcosa da stringere. Poi tutto passa e possiamo tornare quelli di prima, abili, sorridenti, pronti a dare la colpa al vino. Oppure possiamo restare un momento davanti alla porta che si è aperta. Io ero ancora nella taverna e per la prima volta non pensavo a come uscirne. Guardai Uriele, guardai Samaele, poi posai la ciotola. “Continuate”, dissi. Questa volta volevo sentire.
