Estratto da Mille Balene: … Ricordo la nostra casa, su una piccola collinetta proprio sopra al molo di sbarco, appena un centinaio di metri dall’incanto della mia anima. Non ho mai capito perché quel meraviglioso luogo venisse considerato un posto per poveracci. Forse perché abitato da portuali, marinai, puttane e qualche pirata.
Estratto da Mille Balene
La vista mozzafiato della baia, il corruscare notturno dell’acqua tremolante riverberava la luna e il profilo dei monti che sembrava facessero da guardiani all’entrata della baia. Navi ormeggiate regalavano potenza e fascino allo scintillio della notte, bandiere con teschi e ossa incrociate ammiccavano ai brigantini della marina e certo, non erano di nessun pericolo ai mercantili inglesi. Ma il fascino più grande mi veniva regalato da quel pub situato sul molo principale, il “Thousand Whales pub” proprio come si sarebbe chiamata in futuro la mia amata baleniera.
Le lanterne ciondolanti al vento, e ogni tanto una fiaccola passeggiava in mani sbronze di gin su gambe tremolanti di mari in tempesta, mentre la passerella di legno scricchiolava al canto dei piedi traballanti di vecchi ricordi nati al dondolio delle onde. Spesso, di notte, scendevo dalla mia collinetta per sbirciare dai vetri sporchi di schizzi di salsedine e amor per la polvere, le ballate di quelle barbe incolte e dei loro vecchi occhi stanchi. Il cantar rimembrante delle vecchie onde, e i giovani marinai alti e robusti ascoltavano i vecchi ciondolanti racconti di quelle ancore mai arenate, di combattenti senza patria e senza morte. Cantavano di porti lontani e donne color cioccolato, vini di terre spagnole e italiane… come cantavano loro: “Nella vecchia isola italiana a tre punte, mi annaffiai di bottiglie di gran vino, rallegrandomi dei baci delle donne brune e rubando la via al divino”, giù a ridere i vecchi barbuti “sfregiati”.
Gli sfregiati
Il proprietario del pub “Jack” conosceva il mio vizietto di “sbircione”, ma visto che quell’animale di mio padre passava tutta la sua serata lì dentro, il buon vecchio barista mi faceva sgattaiolare dal retro e mi lasciava accucciare sotto il bancone a sbirciare dalle vecchie tavole che lo formavano, i volti e le “sfumazzate” dei racconti di quelle facce senza più sguardo. Occhi persi alla deriva delle onde marce di paura, sangue, abbordaggi, balene massacrate, uomini morti impiccati, giustiziati da qualche capitano insano di mente, ammutinamenti, massacri di schiavi. Sguardi persi nella nebulosa vita persa… quanto sangue sentii gridare in quei racconti, quanta sofferenza e quanto dolore vivevano nei peccati o nel sangue di uomini massacrati dal peccato di qualcun altro. Così perso in quella assurda atmosfera, ascoltai la storia richiesta come se fosse un bis infinito, raccontata da “Ian viso rosso”, barba color del rame su un viso pieno di sfregi di onde e arpioni lanciati, “Dai vecchio bastardo raccontala ancora, fai sentire a questi sbarbatelli cosa si prova” – “E sia”.
Il racconto…
La sua barba era persa nel fumoso mondo del suo rum, imbiancata dalle nubi delle sue parole che si formavano nel respiro inquieto della sua pipa, e li ascoltai per la prima volta… “L’ho sentito arrivare da poppa, il bastardo urlava come una vecchia megera, mentre la vela si scagliava ad avvolgere l’inferno. Fletteva come un ramo nella foresta, l’albero da cui prendiamo insegnamento e riparo. Denti scintillanti di nebbia fendevano la notte bagnata dal delirio. I teschi tatuati scendevano dalle spalle e le ancore con i bicipiti stanchi calavano a picco nel senno perduto. Colui che detta le leggi aveva riscosso il beneficio del rum, mentre il canto delle sirene aveva perso la rotta. Chiunque sia il governatore del gioco, ormai ha veduto saltar di regola in regola ogni elemento. Saranno i segni di ciò che doveva ancora arrivare, ma sentivo il puzzo raffermo che si avvicinava… qualcosa di estremamente salmastro.
L’ultima nota della ballata stava arrivando con la sua grottesca violenza a piegarci di lato in lato, a far inginocchiare ‘cristi’ insanguinati e mai colmi di terrore, a farli urlare come bambini in una culla… il terrore si prese il pianto di ognuno di noi, mentre arrampicati al vento di poppa cercavamo di pregare un Dio che si prendesse a garanzia le nostre anime marce… e andammo a picco in balia dei tormenti più angoscianti e delle preghiere più inquiete. Ci trovammo in mezzo all’oceano, una distesa blu notte, il cielo nero come il manto di un corvo, un vortice tempestoso nell’acqua risucchiante come lo stomaco di un demonio.
Come un giocattolo
Niente puoi fare oltre che arrenderti alla sua potenza. Acqua color inchiostro, pronta a scrivere la tua condanna nella pergamena dell’Altissimo… acqua: centrifuga di speranze e respiri. Ti aggrappi alle sue pareti con la disperazione di chi spera di potersi aggrappare al vuoto. Risucchiato come un giocattolo cerchi di sputare e respirare, cerchi di affondare le tue dita nell’inaffondabile. Impugni un coltello e buchi il vortice che ti mangia. Ti ritrovi in fondo del fondo, mentre il mare si chiude sopra di te e le pareti creano una teca di allori e sconfitte, di ingiurie e verità… noi i feroci balenieri, noi che eravamo dediti ad uccidere quelle creature mastodontiche… noi quei pochi rimasti vivi, ci ritrovammo incredibilmente aggrappati alle pinne di quelle meravigliose megattere, che ci sostennero come demoni caduti dal cielo, fino alla fine della tempesta… fummo salvi e fu giorno, il giorno del conto con i nostri peccati”. Cadde il silenzio come cadono i cuori traditi dal tempo.
Estratto dalla follia
Il fumo avvolgeva tutti gli occhi che si piegavano ai propri ricordi, tutti con le loro avventure, tutti con le loro lacrime lasciate in qualche porto perso nel Dio degli dèi. Lacrimosi sospiri di notte dell’anima calpestavano ogni uomo all’appello del rum. Barbe perse negli occhi dei compagni, di marinai sventurati di paga e sfregi, che, come fregi di Nettuno, erano appesi pesantemente a sfregi che il coltello del destino solca in chi di sale ha mangiato la vita e chi di vento ha asciugato il suo sangue, gettato nel peccaminoso gioco dell’avida rincorsa. Cadde il silenzio nei poderosi muscoli di giovani ribelli, mentre “Ian viso rosso” asciugava i ricordi grondanti silenziosi dagli occhi…
